Per ridurre i livelli di colesterolo (e contenerne i rischi di aterosclerosi e malattie cardiovascolari) si è diffusa oramai da parecchi anni la prassi di ricorrere al riso rosso fermentato. Al fenomeno contribuiscono almeno due motivazioni fondate. La prima è che i farmaci contengono alcuni possibili effetti collaterali, sicché vanno assunti con cautela dietro prescrizione medica. La seconda è che la dieta, di per sé, è solo una delle vie metaboliche per il colesterolo, che avviene in gran parte per via endogena dal fegato. La scienza, e le autorità sanitarie, si sono allora poste più volte il quesito circa l’effettivo impatto di tale sostanza. Con risposte, detto in estrema sintesi, generalmente positive sul piano dell’efficacia, ma con qualche dubbio sul piano della sicurezza.

Andiamo per ordine, e anzitutto sgombriamo da un equivoco. Il “riso rosso” è una varietà orientale, perlopiù integrale, che viene oggi diffusamente coltivata anche in Italia, specie nella Pianura Padana. È ricco di sali minerali, proteine vegetali, carboidrati, fosforo e fibre, quest’ultime particolarmente indicate il controllo del colesterolo. È un alimento dunque salubre, di facile metabolismo con inoltre proprietà antiossidanti. Il “riso rosso fermentato” è però un’altra cosa. È ricavato non dal riso rosso ma da quello comune, e al seguito di un procedimento chimico di fermentazione, che avrebbe appunto la proprietà specifica di tenere a bada il colesterolo nel sangue. Il principio attivo sarebbe la “monacolina K”, che ha la stessa struttura chimica e medesima azione della lovastatina, precursore della classe delle statine, che, insieme a atorvastatina, cerivastatina, fluvastatina, pravastatina, ancora oggi rappresenta uno dei farmaci maggiormente utilizzati nell’ipercolesterolemia e nella prevenzione degli eventi cardio-vascolari per i soggetti ad alto rischio.

Non mancano i riscontri scientifici che ne comprovano l’efficacia. La stessa Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare, con un documento del 2006, ha riconosciuto che “non il riso rosso fermentato in sé ma la monacolina K” determini gli effetti desiderati sul colesterolo, “a condizione di un consumo quotidiano di 10 milligrammi” della stessa. Tutto bene, dunque? Non proprio. L’anno scorso l’Istituto Superiore di Sanità (oltre a una rivista scientifica britannica) ha divulgato l’esito di una ricerca italiana, che ha riscontrato possibili effetti collaterali: mialgia e/o aumento della creatinfosfochinasi, rabdomiolisi, reazioni gastrointestinali, danni al fegato, reazioni cutanee e altro. Morale: “Il profilo di rischio del riso rosso fermentato è simile a quello delle statine”, con tutto quel che consegue sull’esigenza di “monitorare la sicurezza dei prodotti definiti come ‘naturali’, al fine di definire il loro profilo di rischio”.

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